Buongiorno Lettori di Comeallospecchio!

Voglio condividere con voi le parole di Bill Gates, un uomo che non ha certo bisogno di presentazioni, da lui espresse nel suo intervento a TED nell’aprile 2013.

“A chiunque serve un coach. Non importa che tu sia un giocatore di pallacanestro, un giocatore di tennis, un ginnasta o un giocatore di bridge”.

Ho subito pensato “wow! si tratta di una pubblicità indiretta alla mia professione, con un testimonial d’eccezione”.

Andando oltre alla facile euforia iniziale, ho proseguito nell’ascolto…

“Abbiamo bisogno di persone che ci diano un feedback. E’ così che miglioriamo”.

Parole semplici, dal significato profondo.

Effettivamente, come possiamo migliorare noi stessi se non siamo in grado di riconoscere nemmeno la nostra voce? Pensate a quando vi registrate e riascoltate. Vi piacete? E quando vi vedete in video la prima volta?

E’ troppo facile scattarsi le foto (selfie) e scegliere quella che ci piace di più. Noi non siamo come quella foto. Siamo molto differenti. Siamo spesso come le foto che abbiamo scartato. Lo so, non è bello da dire…

Abbiamo bisogno di feedback obiettivi per poterci migliorare.

Il coach è quel consulente, e tutti lo possono avere, che ci mette davanti allo specchio in modo delicato, offrendo dei punti di vista che non avevamo mai considerato prima. Ci permette di agire in direzioni nuove, che prima non consideravamo.

Siamo abituati a replicare le nostre scelte nella convinzione che siano le migliori possibili, e questo ci impedisce spesso di ottenere risultati diversi, migliori.

Se ci consultiamo sempre con le stesse persone, avremo sempre lo stesso feedback!

Scommetti che tendi a chiedere consigli alle persone che ti diranno ciò che desideri sentirti dire?

Il coach è professionalmente allenato a fornire ipotesi di scelta che non si erano considerate fino a quel momento: non giudica, non valuta, non analizza. Offre punti di vista alternativi.

Quando mi chiedono “e io cosa ci guadagno ad avere un coach?” mi piace rispondere “prova a pensare a quanto ci perdi a non averlo”.

A volte basta una semplice domanda, ben posta, per cambiare punto di vista. E cambiare punto di vista è spesso l’inizio di scelte che possono anche cambiare la nostra vita.

Successivamente Bill Gates spiega come sia fondamentale, per la crescita dell’educazione e formazione globale, che gli insegnanti (nodo cruciale per la formazione della civiltà del futuro) siano dotati di sistemi di feedback e di modelli di eccellenza a disposizione per il loro miglioramento personale.

Per migliorare abbiamo la necessità di un osservatore esterno, imparziale, che ci offra la possibilità di evolvere.

Se chiediamo consigli al nostro migliore amico o amica, ai nostri familiari, ai nostri colleghi o dipendenti, il loro punto di vista è certamente mediato dalle esperienze precedenti, dai condizionamenti del passato. Quante volte abbiamo chiesto ai nostri amici: “secondo te ho scelto la persona giusta? Il lavoro giusto? Sto affrontando bene questo problema?”.

Ho sempre pensato che nella vita sia fondamentale A CHI rivolgi le domande per migliorare te stesso.

A volte i migliori consigli della tua vita li ricevi da persone che non ti conoscono minimamente.

Siate estremamente esigenti nella scelta delle persone alle quali chiedere un feedback, e soprattutto attenzione a evitare di preferire suggerimenti da chi è accondiscendente, da chi vuole evitare di deluderci o vederci rattristare, o chi ha dei bisogni che noi possiamo soddisfare e quindi non sarà obiettivo.

Invece di scegliere lo specchio che vi fa apparire come desiderate, scegliete lo specchio che evidenzia tutti i punti su cui migliorare.

Grazie a Bill Gates per il suo suggerimento!

Buona ricerca!


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nella categoria coaching
1 settembre 2015

Sposarsi

“Il matrimonio è una scelta che due individui compiono consapevolmente, è una decisione che va oltre l’amore.

Per amare non serve il matrimonio, ma per il matrimonio serve l’amore.

Per essere felici nel matrimonio non basta sposare la persona che amiamo.

Per essere felici serve continuare ad amare la persona che abbiamo sposato.

Il matrimonio è un atto di coraggio e determinazione.

Per questo quando la scelta matrimoniale scaturisce dall’amore assume una valenza, una forza, un’energia che non hanno pari.

C’è in ognuno di noi un posto, uno spazio privilegiato, che conserviamo per la persona attesa, sperata, sognata, che saprà comprenderci, amarci incondizionatamente, e saprà prendersi cura di noi.

Questo posto, questo spazio, diviene esplicito nel matrimonio, viene esposto all’altro, ché ne faccia tesoro.

Il matrimonio è fiducia assoluta.

Per questo deve essere anche libertà.

La libertà di scegliersi tutti i giorni.

La libertà di desiderare l’altro.

Libertà di arricchirsi individualmente per poi arricchire la coppia.

Libertà di essere orientati al meglio per l’altro a partire dal meglio di sé.

Vivere la relazione nel tempo vorrà dire scegliere il legame con un essere particolare, per allearsi con lui in vista della realizzazione di un progetto di vita comune.

Lottare insieme per gli stessi obiettivi.

E’ il dono reciproco più grande che due individui possano farsi, perché proietta due vite verso il futuro, un futuro che viene affidato alla convinzione che il sentimento per la persona amata vincerà comunque.

Su ogni difficoltà, su ogni scontro o divisione, su ogni tristezza.

E’ un patto di alleanza, anche nelle crisi, nelle battaglie infinite della vita, è la certezza di avere un alleato pronto a dare tutto per vincere insieme a noi.

E celebrare poi l’esito della battaglia, anche se persa, perdere insieme insegna più che vincere da soli.

Insieme si cresce sempre, il matrimonio è continuo movimento e infinito percorso.

Un percorso dove anche la logica della matematica si arrende, perché nel matrimonio d’amore 1 + 1 può fare anche 3. E anche di più.

Chi si sposa è forte.

Chi si sposa è coraggioso.

E ogni scelta coraggiosa, se fatta con amore, è una scelta giusta.”

Matteo Rizzato

PS: mi è stato chiesto di scrivere qualche pensiero da leggere al matrimonio di due persone speciali, e io l’ho fatto con grande piacere. La mia principale fonte di ispirazione è stata il loro amore autentico e meraviglioso. Congratulazioni agli sposi.


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nella categoria Libro - "Scuola guida per coppie", pensieri

Cari Lettori di Comeallospecchio.it,

condivido con voi questa video intervista in merito al libro di recente uscita “Scuola Guida per Coppie”, edito da Amrita. Nel capitolo che ho curato ho espresso ciò che penso, da coach, sugli strumenti che possono aiutare le coppie a raggiungere la soddisfazione e mantenerla salda per più tempo possibile.

Insieme ad altri autori, Anne Givaudan, Claudia Rainville, Silvia di Luzio, abbiamo creato questo “collage” di esperienze differenti per dare a più persone possibili il nostro punto di vista su come mantenere viva una relazione, e anche come prepararsi ad una nuova in arrivo.

Mi auguro sarà per voi un modo di ritrovare casistiche quotidiane, esperienze da voi già vissute, e anche scoprire nuove chiavi di lettura per rinvigorire le vostre relazioni…  vale anche se attualmente non ne avete una!

Buona visione, e buona lettura!

Matteo


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nella categoria Libro - "Scuola guida per coppie"

Cari Lettori di Comeallospecchio,

è con piacere che vi annuncio l’uscita del mio nuovo libro. Sarebbe meglio dire “nostro”, perché  “Scuola guida per coppie” nasce per unire le opinioni di quattro autori che provengono da esperienze, professioni e culture differenti, sul delicato e appassionante tema dei rapporti di coppia.

Ad ognuno di essi è stato affidato un capitolo; il risultato è una visione complessa e allo stesso tempo semplice, diretta, dei principali ostacoli che le coppie si trovano ad affrontare quotidianamente.

Il libro vuole anche lanciare un messaggio a chi per varie ragioni non è attualmente in una coppia e a chi ha purtroppo “perso le speranze” di formarne una.

Il nostro obiettivo ulteriore è fornire strumenti pratici, ognuno da diversi approcci e punti di vista, per riuscire a mantenere vivo un rapporto già avviato o prepararsi ad iniziare una relazione su solide basi.

E così, insieme ad Anne Givaudan, Claudia Rainville e Silvia di Luzio ho portato a termine questo percorso sperando che sia una lettura utile a tutti.

Mi capita spesso di ricevere persone che mi chiedono “come fare” per migliorare il loro rapporto di coppia, per avviarne uno o anche per trovare il coraggio di ammettere che la relazione è finita e occorre intraprendere strade differenti. Se esistesse una formula, un segreto, un libretto di istruzioni, penso che tutti vorrebbero disporne.

Invece ogni caso è differente, ogni momento è unico, gli equilibri si modificano e la relazione evolve così come mutano le persone, non sempre in modo omogeneo tra loro.

L’equilibrio di coppia va cercato costantemente, le tappe sono tante e dietro ad ogni coronamento di desiderio si nascondono insidie e sorprese.

Tutto questo rende la coppia imprevedibile e allo stesso tempo, per chi ha il desiderio di viverla profondamente, una fucina di emozioni travolgenti. Ho voluto trattare alcuni aspetti della coppia, come le aspettative, il piacere del dono, la gestione emotiva, la cura del proprio equilibrio, perché sono temi che ho scoperto essere causa di conflitto nella maggior parte dei casi che mi si sono presentati.

Se questo contribuirà a far vivere più felicemente il rapporto di coppia a qualcuno di voi, ne sarò ben lieto.

Vi auguro una buona lettura, e aspetto con gioia di ricevere le vostre opinioni!

Matteo Rizzato

Ps: potete acquistare o ordinare il libro nelle migliori librerie, direttamente dai siti ai link qui sotto e negli altri che man mano si aggiorneranno.

Amazon

Il Giardino dei Libri

Macrolibrarsi


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In un interessante articolo scientifico datato 23 novembre 2012 pubblicato su Scientific Reports, alcuni ricercatori dell’Università Bicocca di Milano (Proverbio, Crotti, Manfredi, Adorni e Zani) hanno indagato su un argomento importantissimo per chiunque si occupi di sport a livello professionale.

Provo a sintetizzare: nel loro esperimento hanno evidenziato che alla vista di una partita di basket, le persone “non addette ai lavori” hanno reazioni neurologiche differenti rispetto a chi abbia provato nella vita a praticare quello sport.

Hanno rilevato che, ad esempio durante un’azione di gioco scorretta, gli sportivi  (giocatori di pallacanestro) che guardavano la partita erano molto attivi a livello cerebrale e ne comprendevano la valenza “errata”, mentre gli altri, che non conoscevano quello sport, avevano un’attività neurale normale, concentrata solamente sulle azioni di base, come potete vedere dalla figura qui sotto.

Ecco cosa fa il sistema specchio nello sport: il ruolo di coach per sportivi deve assolutamente tener conto di questa variabile, perché ha innumerevoli applicazioni nella preparazione dei professionisti che desiderino ottenere risultati eccellenti.

E’ chiaro come il ruolo dell’allenatore o Responsabile Tecnico di qualsiasi atleta o squadra debba conoscere questi meccanismi, perché in fase di training è possibile che gli atleti non siano allineati tra loro a livello motorio e quindi non riescano a comprendersi o a capire quali siano realmente le loro potenzialità. Così come potrebbero addirittura non comprendere le tattiche più complesse, che vanno spiegate da punti vista spesso non considerati dagli allenatori.

Il vocabolario motorio degli atleti si può arricchire di nuove azioni, purché si trovino nelle condizioni di poterle vedere e sperimentare con un certo tipo di allenamento.

Ho incontrato spesso atleti, anche specialisti della loro disciplina, che per anni non avevano compreso i loro limiti reali, ben superiori a quelli che potessero immaginare.

Ecco come esercizi semplici e di base, come visualizzazioni o tecniche di auto consapevolezza motoria, debbano essere funzionali e congruenti con la risposta motoria elaborata a livello cerebrale, altrimenti la loro efficacia verrebbe vanificata.

Sono molteplici gli aspetti da considerare quando si allenano gli sportivi. La motivazione è sicuramente importante, ma oltre a questa e ad una importante preparazione tecnica è necessario stimolare un’adeguata consapevolezza dei meccanismi che regolano le risposte “specchio“.

Un esempio semplice? Provate a pensare alla errata impostazione mentale di un membro di una squadra, il quale scende in campo senza la congruenza psicofisica richiesta dal contesto.

Pensate che gli altri atleti siano immuni dall’essere condizionati?

Gli esempi di un singolo che influenza l’andamento dell’intera squadra si sprecano, e chissà quanti risultati sarebbero cambiati con una diversa e più evoluta consapevolezza.

Buon allenamento!


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nella categoria coaching, neuroni specchio

E’ di ieri la notizia che il nostro più famoso campione motociclistico, Valentino Rossi, ha tagliato per primo il traguardo sulla sua Yamaha al Gran Premio d’Australia. Ho ascoltato il servizio al telegiornale, e mi hanno fatto sorridere le parole del giornalista, il quale ha sottolineato come sia quasi incredibile essere ancora dei numeri uno a 35 anni.

Insieme all’esempio di Valentino hanno citato anche i casi del capitano della Roma, Francesco Totti (38 anni), che riesce ancora a creare il panico nelle difese avversarie attraverso la sua presenza nelle azioni (“un valore senza fine”, scrive di lui il Corriere della Sera di ieri).  Insieme a questi casi, il telegiornale ha citato anche Valentina Vezzali, che a 40 anni continua a far crescere un medagliere da far invidia a chiunque, e io vorrei aggiungere anche Josefa Idem, che si è ritirata dall’agonismo all’età di 48 anni ai Giochi Olimpici di Londra. Tutti “casi” sportivi che, evidentemente, fanno notizia anche per la loro età.

Ho voluto citarli perché la prima cosa che ho pensato quando ho sentito il giornalista dire “Valentino vince ancora a 35 anni” ho pensato candidamente “e dove sta la notizia? Valentino è un campione, non vedo la novità”. E’ vero, l’agonismo sportivo ha una certa correlazione con l’età, non ci sono dubbi che la “curva” del rendimento nel nostro corpo abbia un certo andamento… ma chi conosce con assoluta precisione questo andamento?

Mi viene in mente una frase…

“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso.”

Quello che desidero affermare è che l’età è un fattore decisamente soggettivo, e la sua correlazione con la prestazione sportiva dipende anche da fattori importantissimi, quali:

  1. Alimentazione
  2. Esercizio fisico
  3. Qualità dei pensieri

Con le moderne conoscenze in campo nutrizionale è possibile studiare diete personalizzate per gli atleti, misurando le loro personali esigenze corporee e creando il “carburante” perfetto per il loro corpo:  mangiando correttamente la resa della prestazione sportiva aumenta di misura.

Esiste ormai una vasta conoscenza in merito ad esercizi fisici che puntano sulla tonicità e soprattutto l’elasticità muscolare: la corretta dieta e il giusto movimento sono fattori straordinariamente importanti sulla “conservazione” di una fisicità da campioni sportivi anche in età che si sono sempre considerate avanzate.

In aggiunta a questi, la nostra mente ed i nostri pensieri operano spesso sabotaggi ma sono anche in grado di produrre un dialogo interiore di qualità, in grado di guidare e focalizzare lo sportivo verso risultati inaspettati e contro ogni previsione di “pensionamento”. Avete presente il grande Alex Zanardi? Penso non ci sia bisogno di aggiungere altro.

Nel campo del coaching è una sfida importante riuscire a cambiare gli schemi mentale dell’atleta, specie quando l’atleta è “maturo” ed essi sono sedimentati da molti anni. Questo non significa che non si possa fare…

Sempre di più assisteremo ad un innalzamento medio della durata della carriera sportiva agonistica, negli ultimissimi anni le conoscenze e le informazioni disponibili sono aumentate. Ci troveremo di fronte a campioni sempre più longevi, che ci emozioneranno per molti più anni rispetto al passato.

Questa è proprio una bella notizia, ed è applicabile a tutti i settori. Anche al mondo del lavoro.

Sono pronto a scommettere che anche l’aspettativa di vita subirà un vistoso aumento, ancora più rilevante rispetto ai dati ISTAT 2014 (che affermano che i neonati venuti alla luce nel 2007 hanno concrete possibilità di vivere fino a 104 anni, fonte Repubblica 19 marzo 2014).

Prepariamoci quindi ad andare tutti d’accordo, perchè sembra che condivideremo questa terra ancora per molto tempo. Magari gustandoci le imprese sportive di quarantenni davvero esplosivi!


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Mi sono imbattuto in un articolo che mi è piaciuto tanto, apparso il giorno 22 maggio 2014 su lescienze.it e intitolato “I neuroni sensoriali che colorano emotivamente le carezze”.

Mi ha fatto riflettere e lo voglio condividere con voi. Sostanzialmente parla di “alcune fibre nervose sensoriali”, che noi abbiamo nella pelle, specializzate nel riconoscere il tocco “delicato”.

All’interno delle complesse innervazioni dei nostri tessuti esistono quindi dei recettori particolari la cui attenzione è rivolta solo ad un tipo particolare di “tocco”.

Il tocco, quindi, non è sempre lo stesso: si distingue per intensità e noi siamo progettati per riconoscere in particolare quello delicato che associamo alle carezze.

E’ una cosa meravigliosa.


Le carezze hanno un ruolo particolare per noi, a quanto pare: talmente importanti da riservare a loro degli specifici neuroni sensoriali. Ci sono fibre che rilevano ad esempio il dolore, il contatto con gli oggetti, e accanto a queste ne esistono di più piccole, più lente, che reagiscono agli stimoli che possono avere una “funzione gratificante e piacevole”.


Il tatto è un mezzo di comunicazione molto importante e con funzioni evolutive fondamentali. I ricercatori affermano anche che “una carenza di contatto fisico delicato durante i primi anni di vita potrebbe ripercuotersi sull’adeguato sviluppo di questa parte del sistema sensoriale, con effetti negativi su una serie di comportamenti e di stati psicologici nel resto della vita”.


Parole importanti e che fanno pensare, senza dover necessariamente sconfinare nella psicologia, anche all’importanza di un comportamento delicato. La delicatezza del tatto è una pratica quotidiana su cui gli essere umani potrebbero allenarsi e migliorare di molto, e non solo: se rivolgessimo la nostra attenzione anche agli atteggiamenti non verbali, ai movimenti e alla gestualità?

La delicatezza di come comunichiamo è una carta vincente nelle relazioni perché arriva direttamente a stimolare il piacere altrui, mettendo a proprio agio i nostri interlocutori e vivendo la nostra comunicazione come qualcosa di condiviso e amorevole.

Possiamo allenarci da subito, quindi, rendendo delicate le parole che utilizziamo, così come la qualità della nostra voce,  dei gesti, degli sguardi, e perché no… anche dei nostri pensieri.


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Durante le mie “esplorazioni” per trovare sempre più strade che possano condurre al benessere su più aspetti possibili, mi sono trovato a parlare con un medico, uno di quei medici che io definisco “evoluti”, con il quale ho scoperto uno strumento per effettuare l’analisi della composizione corporea misurando la bioimpedenza intra ed extracellulare.

Paroloni, effettivamente. In sostanza, con lo strumento impedenziometrico si può osservare, tra le tante altre cose, anche il consumo energetico cerebrale. Praticamente ha misurato quante calorie consuma il mio cervello. Dovete sapere che i cervelli non consumano tutti in modo uguale. Anzi!!

Ci sono cervelli che consumano un sacco, altri che lavorano “in economia”. Allora viene da chiedersi: cos’è che fa consumare più calorie al cervello? Semplicemente i pensieri!  I pensieri di tipo negativo, o comunque gli eccessivi “ragionamenti”, il rimuginare in continuazione, specie di notte, genera un importante aumento del consumo di calorie del cervello, e questo accentua le condizioni di stress generale. E secondo te, quante calorie “spende” il tuo cervello rispetto agli altri?

Il consumo normale dell’attività cerebrale giornaliera dovrebbe attestarsi sulle 400-500 kcal circa.

Questi valori aumentano in modo rilevante in condizioni di stress, nelle quali possiamo arrivare anche a 1000-1100 kcal!

Il pensare male, le paure immaginarie, le proiezioni negative, mettono in allarme l’organismo, facendogli percepire pericolo e tensione dove in realtà non ci sarebbero. Questo stimola circuiti cerebrali che preparano alla sopravvivenza, installano il famoso “fight or flight”, da cui genera il ricorso ad assumere cibo anche quando non è necessario.

E il desiderio ricade nei cibi cosiddetti “comfort foods” (quegli alimenti che ci fanno felici, che ci gratificano… avete presente vero?), spesso responsabili di aumenti di peso ed altri disturbi del metabolismo.

Mi è capitato un cliente, qualche anno fa, che faceva il manager ed era talmente stressato da affermare di “non avere tempo per pranzare” (madornale errore!) e quindi si organizzava mangiando un intero pacchetto di caramelle, oppure uno snack di quelli dolci e pieni di zucchero.

Cosa fare per evitare di pensare “troppo” o in modo troppo dispendioso?

Importante è pensare con tecnica, “in economia”. Non è detto che un calciatore professionista nei 90 minuti di partita faccia più fatica di un calciatore alle prime armi, anzi! Lo sportivo professionista fa meno fatica, perché ha affinato la tecnica di gestione delle energie, si ascolta di più. Così vale anche per il pensiero.

Il dialogo interiore va compreso, allenato, per arrivare a pensare con sempre meno fatica!

Quindi, abbiamo visto come pensare troppo aumenta il consumo di calorie, che andiamo a ripristinare mangiando di più. Se i pensieri sono anche negativi e stressanti, aggiungo, il nostro umore peggiora e probabilmente la ricerca di cibo cadrà sui comfort foods, con gli squilibri che sapete.

Concludendo, per riequilibrare il proprio peso è certamente utile e fondamentale una rivisitazione delle proprie abitudini alimentari.  La consulenza di un nutrizionista è sicuramente un’ottima scelta, insieme alla cura del corpo attraverso un corretto movimento. Oltre a questo, occorre in parallelo iniziare un percorso sulla quantità e la qualità dei nostri pensieri, altrimenti si possono vanificare rapidamente gli impegni presi nel rispetto della dieta e del programma di movimento!

Ci sono molti strumenti che possono aiutare a pensare meglio.

La meditazione, ad esempio, pratiche come lo yoga, e chiaramente il supporto di un professionista come un coach per dare una “ripulita” rapida ai pensieri negativi, alle convinzioni che albergavano nel nostro cervello da anni e che un attento intervento esterno può facilmente identificare e correggere.

Il mondo andrà sempre più verso una direzione eco-compatibile, eco-sostenibile. Iniziamo a pensare di diventare eco-compatibili anche noi, nel nostro corpo, e ridurremo la strada da percorrere verso il raggiungimento del benessere.


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Buongiorno Lettori di Comeallospecchio. Ho ricevuto molte segnalazioni in merito all’ottimo articolo apparso sul Corriere della Sera di oggi 7 giugno 2014 a firma di Daniela Monti. I titoli scrivono “empatia: mettiti nei miei panni”, “l’intelligenza emotiva salverà il mondo…” e all’interno si citano le famose opere letterarie di Jeremy Rifkin, Daniel Goleman.

Sembra effettivamente che negli ultimi anni si parli di empatia e la si metta come il prezzemolo. Un altro fenomeno simile è il prefisso “neuro” (neuromarketing, neuroeconomia, ecc ecc…), ci avete fatto caso?

Si pensa che se qualcosa contiene “neuro” allora abbia un valore superiore. E se si parla di empatia molti si mettono in posizione di ascolto, di raccoglimento, perché si toccano corde importanti.

Tutto bene, ma quali corde?

L’empatia è la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato. Ne abbiamo anche consapevolezza delle basi fisiologiche con la scoperta dei neuroni specchio.

Ok, e quindi?

Possiamo essere tutti più attenti allo stato d’animo degli altri? Esatto. Questa è una buona strada, e l’articolo del Corriere pone l’attenzione su alcune casistiche interessanti come ad esempio il bullismo: se si insegna in modo migliore ai bambini il rispetto e l’ascolto delle emozioni e sentimenti altrui, sicuramente si potrebbero ridurre i fenomeni legati alla violenza reciproca. Già questo sarebbe straordinario e andrebbe insegnato il prima possibile nelle scuole italiane, e prima ancora nelle famiglie.

Ora cerchiamo di parlare di qualcosa in più. Non accontentiamoci di questo, anche se è già molto, e cerchiamo di fare un piccolo sforzo e ragionare “allo specchio”. Spesso e volentieri abbiamo al nostro fianco persone con stati d’animo non buoni: quante di queste volte il loro stato d’animo è causato dal nostro?

Gli altri sono il nostro specchio, e non riusciamo facilmente a capire che la loro emozione è  molto spesso il riflesso della nostra.

Questo è il punto di vista che da anni su questo blog e nella mia attività quotidiana di formatore sto cercando di stimolare: nelle aziende quante persone sanno  accorgersi del loro stesso stato d’animo tanto da riuscire a gestirlo senza condizionare in negativo quello degli altri?

Ci sono decine di migliaia di laureati in più ogni anno, il mercato del lavoro pullula di esperti e super tecnici.

Eppure sembra così complicato trovare persone laureate in “mettere a proprio agio gli altri”, o in “dare serenità al clima aziendale”. Pensate che queste due qualità possano essere utili in sede di ricerca e selezione del personale? Anche il miglior tecnico del mondo, se non sa comprendere le emozioni proprie e degli altri, crea quotidianamente danni immensi in qualsiasi realtà aziendale.

Confido nel futuro, nel fatto che sempre più aziende (molte già lo fanno da anni) puntino la ricerca e la formazione del personale su chi possiede caratteristiche di intelligenza emotiva come la capacità empatica e soprattutto il saper riconoscere il proprio stato d’animo in ogni contesto, mettendo in atto le scelte possibili per migliorarlo e di conseguenza far vivere meglio chiunque si presenti di fronte.

Oltre all’empatia, quindi, la direzione da seguire nei contesti familiari e aziendali del futuro è l’autoconsapevolezza individuale. E’ solamente questione di tempo.

Per approfondire cosa sono i neuroni specchio clicca qui

Per acquistare il mio libro sui neuroni specchio ed empatia clicca qui


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nella categoria coaching, neuroni specchio

Abbiamo già visto in precedenza che i neuroni specchio esistono anche nelle aree del cervello adibite alle emozioni, di conseguenza essi ci permettono di riconoscere le emozioni degli altri, semplicemente osservandoli. Quando osserviamo un altro individuo, questi mirrors si attivano facendoci provare, almeno in parte, le emozioni che sta provando colui che stiamo osservando. Come per i mirrors “motori”, anche questi mirrors “empatici” si attivano sia quando proviamo un emozione, che quando osserviamo qualcuno provare la stessa emozione. Questa straordinaria scoperta fornisce quindi una base neurofisiologica, comprensibile e studiabile, all’empatia.
Le possibili implicazioni pratiche sull’esistenza dei mirrors e il loro funzionamento nella vita quotidiana sono numerose e descritte nel libro “io sono il tuo specchio: neuroni specchio ed empatia”.

In questo post vorrei porre il focus su una particolare situazione: il rapporto medico-paziente. In questo tipo di relazione l’empatia è una questione assai delicata in cui da una parte si trovano i bisogni del paziente, spaventato e in cerca di rassicurazione, dall’altra il medico che deve porre attenzione al non coinvolgersi troppo nella sofferenza del paziente e perdere di conseguenza la sua lucidità.

In quest’ultimo caso si parlerebbe quindi di sim-patia, che è il provare la stessa emozione degli altri, condividendola, a differenza dell’empatia, che è solamente il comprendere l’emozione altrui.

Spesso la questione viene risolta dal medico “troncando” di netto l’empatia (e la relativa comprensione dello stato interiore altrui), e adoperando un distacco che spesso dal paziente viene percepito come freddo e cinico. Questo atteggiamento da parte del medico è comprensibile, poichè la scoperta dei mirrors ci rivela che quando osserviamo un altro individuo soffrire, pure in noi viene evocata la sofferenza, e per un medico che deve passare la intera giornata vicino ai pazienti questo diventerebbe insostenibile.

Purtroppo questo tipo di “distacco forzato”, di esclusione empatica, porta spesso ad atteggiamenti che creano traumi nel paziente, gettandoli in una condizione di stress psicologico, che sicuramente non può giovare alla loro situazione. La cosa interessante è che proprio attraverso la comprensione del funzionamento dei mirrors possiamo renderci conto che l’emozione che ci raggiunge quando osserviamo un altro individuo, è sì reale e intensa, ma pure ricordarci che noi stiamo semplicemente “specchiando” l’emozione di chi guardiamo e che, anche se ne partecipiamo, non ci appartiene. Infatti ciò che consuma e sfinisce il medico nel processo empatico è l’eccessivo coinvolgimento, che porta a vivere le emozioni del paziente come se fossero le sue, fino a diventare appunto “simpatia”. Da questo possiamo dedurre che esiste una possibilità intermedia, un equilibrio, tra il distacco totale e l’eccessivo coinvolgimento. Come si fa?

Ricordandoci che le nostre emozioni sono lo specchio di chi sta comunicando con noi, di chi stiamo osservando, possiamo usare questo specchio (il sistema specchio empatico) come una specie di “organo di senso empatico”, che permette di raccogliere dati “neutri” sullo stato emozionale del paziente; di conseguenza avere la possibilità di “curare” anche questo stato emozionale utilizzando le parole, i toni e gli atteggiamenti adatti caso per caso (calibrazione del messaggio verbale, paraverbale e non verbale), senza essere segnati dalla partecipazione alla sofferenza, e riducendo nel contempo i traumi e lo stress psicologico nel paziente.
Quello che normalmente sfugge alla nostra attenzione è che il mondo emozionale delle persone, in questo caso stiamo parlando di pazienti, è ricco di informazioni preziosissime per il medico, sia in fase di diagnosi, di cura, che in fase di recupero. Questi “dati emozionali” sono troppo preziosi, anche per il loro potere di sintesi sullo stato generale del paziente, per essere ignorati operando un eccessivo distacco e cinismo o per passare inosservati perdendo la lucidità a causa di un eccessivo coinvolgimento medico/paziente.
Lo studio e la comprensione dei meccanismi dell’empatia emersi con la scoperta dei mirrors possono fornirci gli strumenti necessari a sviluppare un miglior utilizzo dell’empatia stessa, allenando la nostra capacità di cogliere i dati provenienti dal nostro sistema specchio empatico pur senza identificarci con essi, e mantenendo così la visione lucida di ciò che sta accadendo nel mondo interiore di chi ci sta di fronte.

Questo ci avvicina anche ad ottenere quella tanto utile libertà emotiva che riuscirebbe a distaccarci da coloro i quali, incontrati quotidianamente, operano inconsapevolmente nei nostri confronti un contagio emotivo di tipo negativo, rovinandoci spesso le giornate.

Buon allenamento.

Matteo Rizzato e Davide Donelli

Per ulteriori informazioni scrivetemi pure a matteo@comeallospecchio.it


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nella categoria coaching, neuroni specchio

"Siamo tutti degli specchi!
Adoriamo giocare con questi specchi, solo che spesso originiamo senza saperlo dei meccanismi che andrebbero riconosciuti e resi utili al nostro scopo.
Per renderci le cose molto più facili ed evitare risultati indesiderati!"

Matteo Rizzato

il mio primo libro

Copertina del libro di 'Io sono il tuo specchio' di Matteo Rizzato e Davide Donelli

Copertina del libro 'Scuola Guida per Coppie' di Anne Givaudan, Claudia Rainville, Silvia Di Luzio e Matteo Rizzato

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